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Un giorno un ricco signore di Siponto faceva pascolare i suoi
armenti sulla montagna del Gargano. All'improvviso scomparve il più
bel toro. Dopo la lunga e affannosa ricerca lo trovò inginocchiato
sull'apertura di una spelonca. Preso dall'ira, scoccò una freccia
contro l’animale ribelle, ma in modo inspiegabile, anziché colpire
il toro, la freccia ferì ad un piede il ricco signore.
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La seconda apparizione di S. Michele, detta "della Vittoria", viene
tradizionalmente datata nell'anno 492, anche se alcuni studiosi di oggi
riferiscono il fatto ad un episodio della guerra tra il duca longobardo
Grimoaldo ed i Greci nel 662-663, quando la vittoria avvenuta l'8 maggio
fu attribuita dai Longobardi all'intercessione e al valido aiuto di S.
Michele.
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La terza apparizione viene chiamata "1'episodio della Dedicazione".
Secondo la tradizione nell'anno 493, dopo la vittoria, il vescovo era ormai
deciso ad eseguire l’ordine del Celeste Messaggero e consacrare la Spelonca
a S. Michele in segno di riconoscenza, confortato anche dal parere positivo
espresso da papa Gelasio I (492-496), ma di nuovo gli apparve l'Arcangelo
e gli annunzio che Egli stesso già aveva consacrato la Grotta. Allora
il vescovo di Siponto insieme ad altri sette vescovi pugliesi in processione,
con il popolo ed il clero Sipontino, si avviò verso il luogo sacro.
Durante il cammino, si verificò un prodigio: alcune aquile, con
le loro ali spiegate, ripararono i vescovi dai raggi del sole. Giunti alla
Grotta, vi trovarono già eretto un rozzo altare, coperto di un pallio
vermiglio e sormontato da una Croce; inoltre, come racconta la leggenda,
nella roccia trovarono l'orma del piede di un bambino – segno soprannaturale
lasciato da S. Michele. Il Santo Vescovo vi offrì con immensa gioia
il primo Divin Sacrificio. Era il 29 Settembre.
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Era l’anno 1656 ed in tutta l’Italia meridionale infieriva una
terribile pestilenza. L’Arcivescovo Alfonso Puccinelli, non trovando alcun
ostacolo umano da contrapporre all’avanzata dell’epidemia, si rivolse all’Arcangelo
Michele con preghiere e digiuni. Il Pastore pensò addirittura di
forzare la volontà divina lasciando nelle mani della statua di San
Michele una supplica scritta a nome di tutta la Città. Ed ecco,
sul far dell’alba del 22 Settembre, mentre pregava in una stanza del palazzo
vescovile di Monte Sant’Angelo, sentì come un terremoto e poi S.
Michele gli apparve in uno splendore abbagliante e gli ordinò di
benedire i sassi della sua grotta scolpendo su di essi il segno della croce
e le lettere M.A. (Michele Arcangelo). Chiunque avesse devotamente tenuto
con sé quelle pietre sarebbe stato immune dalla peste. Il vescovo
fece come gli era stato detto. Ben presto non solo la Città fu liberata
dalla peste, secondo la promessa dell’Arcangelo, ma tutti coloro che tali
pietre ne richiedevano, dovunque si trovassero.
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