| Un
campanile alto, svettante sulla campagna, annuncia
da lontano il santuario della Madonna Incoronata
di Foggia. La tradizione assegna al 1001 l'inizio
della sua storia. Il conte d'Ariano, di cui
non si conosce il nome, dopo una giornata di
caccia, fu colto dal buio in un casolare nel
folto della foresta nei pressi del fiume Cervaro.
Durante la notte una luce vivissima attraversò
la selva. Il conte attratto dal chiarore, giunse
ai piedi di un albero dalla cui sommità
una misteriosa Signora, avvolta in aura sfolgorante,
gli indicava una statua poggiata fra i rami
di una quercia. Nello stesso tempo un contadino
che si recava al lavoro con i suoi buoi, alla
vista della Signora, capì subito di essere
in presenza della Vergine Santissima. Strazzacappa,
così si chiamava il contadino, prese
il paiolo che gli serviva per il magro pasto
giornaliero, vi versò dal cornetto la
razione d'olio d'oliva che avrebbe dovuto bastargli
per tutto il mese, e, fatto un rozzo stoppino,
l'accese in onore della Madonna. L'omaggio di
Strazzacappa restò per sempre, come il
povero obolo della vedova evangelica, simbolo
del santuario e segno di una fede che tutto
dona al Signore e che dal Signore tutto riceve.
Il nobile conte di Ariano fece costruire una
cappella che poi divenne un Santuario famoso.
La chiesina fu affidata a un romito, ma le comitive
di villani e di pastori, sempre più numerose,
e soprattutto i pellegrini che passavano diretti
al grande santuario dell'Arcangelo Michele a
Monte Sant'Angelo, ne consigliarono l'ampliamento.
La nuova chiesa fu affidata ai monaci Basiliani,
che la tennero fino al 1139. In quella data
il normanno Ruggero II la donò a San
Guglielmo da Vercelli che aveva da poco fondato
il monastero di Montevergine sulla montagna
del Partenio presso Avellino. Il santo vi rimase
fino alla morte. Dal sec. XIII agli inizi del
sec. XVI nel santuario vi furono i monaci cistercensi.
La loro operosità e la dedizione ai pellegrini
fecero del santuario uno dei maggiori centri
religiosi della Capitanata. Il conte Guevara
di Bovino finanziò una vera ricostruzione
del convento e del Santuario. Nella seconda
metà del sec. XVI l'intero complesso
fu sottratto ai cistercensi e dato in commenda
dapprima ad Antonio Carafa e poi ad altri dignitari
ecclesiastici molti dei quali si resero benemeriti
del santuario. Il secolo XIX fu infelice per
il santuario. Nel 1808, in seguito alla legge
del 21 febbraio del 1806, i beni del Santuario
vennero confiscati. Si aprì così
il periodo più buio della vita del Santuario
caratterizzato da ingerenza dei laici, dal proliferare
di interessi che niente avevano in comune col
servizio religioso, da uno stato di abbandono
che più volte fece temere la distruzione
dello stesso edificio. Anche i pellegrini per
mancanza di assistenza diminuivano; spesso i
vescovi denunciarono lo stato di confusione
e di degrado. I primi decenni del secolo XX
videro l'opera solerte dei vescovi e di alcuni
amministratori cittadini particolarmente solleciti
della sorte dell'antichissimo santuario; fra
questi sono da ricordare Alberto Perrone e Gaetano
Postiglione ambedue sindaci di Foggia. Finalmente
nel 1939 il santuario ritornò sotto la
piena giurisdizione delle autorità ecclesiastiche.
Il vescovo mons. Fortunato Maria Farina zelò
l'onore di Dio riportando il santuario dell'Incoronata
alla primitiva funzione di Casa di Dio particolarmente
cara al popolo cristiano per la speciale presenza
della Vergine Madre di Dio. Nel 1950 lo stesso
mons. Farina, ne affidò la custodia ai
Figli della Divina Provvidenza, fondati da don
Luigi Orione. Da quell'anno la vita del santuario
crebbe in continuazione. Le popolazioni vicine
avvertirono subito il benefico influsso dei
Figli di Don Orione che avevano riportato lo
spirito di preghiera, la dedizione ai pellegrini,
il continuo dono di sé ai devoti della
Madonna, tutte cose che avevano caratterizzato
la vita del santuario nei secoli passati quando
nel bosco risuonava il salmodiare dei benedettini
e dei cistercensi. I pellegrinaggi aumentavano
per cui la vecchia chiesa divenne insufficiente.
Dopo una lunga fase di studio, nel 1953, si
decise di realizzare il progetto dell'ing. Luigi
Vagnetti di Roma. I lavori andarono avanti fra
alterne vicende per oltre dieci anni. Finalmente
nel 1965 il nuovo tempio, con il suo alto campanile
era una realtà bella e consolante. La
nuova basilica si erge solitaria dall'antico
bosco di querce a vegliare sul Tavoliere delle
Puglie, ricco di grani, olivi e vigneti. Il
complesso del Santuario esprime una felice sintesi
fra elementi simbolici e strutture architettoniche
tipiche del territorio. La grande area recintata,
di cui il santuario è il centro, ispira
certo il senso dell'arrivo nella quiete piena
di pace della casa di Dio. Ricorda anche gli
stazzi, numerosi una volta intorno al bosco
dell'Incoronata, disposti a corona intorno alle
grande masserie, in cui trovavano rifugio le
greggi di pecore dei pastori abruzzesi. Fra
i grandi santuari della Capitanata, quello dell’Incoronata
esprime meglio di tutti l’attesa operosa
e lungimirante della Chiesa di vedere tutti
i suoi figli intorno a lei, felici negli atri
del Signore. E' la rappresentazione visiva della
maternità di Maria e della Chiesa che
tutti aspetta, tutti riceve nel suo seno provvido
e materno. L’altissimo campanile è,
insieme, segno felice del trionfo della croce,
preghiera che s’innalza solenne, voce
della madre Chiesa che chiama. Intorno le opere
del Santuario, della Parrocchia e del Padri
Orionini fanno corona alla chiesa. Il complesso,
pur attraverso una modernità di linee
e di soluzioni, esprime mirabilmente una storia
che, iniziata mille anni addietro, si concluderà
solo quando i lontani saranno diventati vicini,
quando i dispersi avranno trovato la via del
ritorno, e i pellegrini del mondo saranno finalmente
nella pace del Signore.Nel segno della continuità
spirituale con i padri che l’hanno fondato
e frequentato in questi mille anni, il santuario
conserva gelosamente tutto un patrimonio di
tradizioni legate al particolare culto della
Madonna. Ricordo la vestizione della Madonna
che avviene il mercoledì precedente l’ultimo
sabato di aprile. Degna di nota è anche
la Cavalcata degli Angeli che si svolge il venerdì
successivo alla vestizione della statua. Vuole
riproporre il tripudio angelico che aveva riempito
la selva di canti e luci nella lontana notte
di aprile del 1001 quando la Vergine apparve
al conte di Ariano e all’umile e privilegiato
Strazzacappa. Cavalli superbamente bardati,
ornati di lustrini e sonagliere, insieme a centinaia
di fanciulli vestiti da angeli, da santi e da
fraticelli girano per tre volte intorno al santuario
in mezzo a decine di migliaia di fedeli che
accompagnano il corteo col canto di antiche
laudi. Oggi i pellegrinaggi si esprimono con
maggiore sobrietà. Una volta, invece,
la gente umile più che con le parole,
amava parlare col Signore attraverso la plasticità
del gesto e il linguaggio dei simboli. Quando
i pellegrini, arrivavano al ponte sul Cervaro
o, per quelli che arrivavano da mezzogiorno,
alla confluenza del tratturo con la ferrovia
per Potenza, usavano togliersi i calzari e percorrere
gli ultimi due chilometri a piedi nudi. Era
un gesto di umiltà fatto nel ricordo
di Mosè a cui sul monte Oreb il Signore
comandò "togliti i sandali perché
il suolo che calpesti è terra santa".
I luoghi ove i pellegrini si toglievano i sandali
venivano detti "scalzatori".Ora questa
usanza, insieme ad altre pratiche penitenziali
più o meno spettacolari, non c’è
più.E’ rimasto il triplice giro
che ogni compagnia compie intorno al Santuario
prima di entrarvi. E’ un ulteriore atto
di omaggio alla Vergine Celeste, quasi un’anticamera,
prima di chiedere umilmente il permesso di essere
ammessi al cospetto della Regina del Cielo.Tra
le usanze religiose sopravvissute è da
ricordare anche la benedizione dell’olio
che ogni pellegrino riceve; come l’olio
dell’umile e fortunato Strazzacappa, significa
la fede, la speranza e la santa carità
come ricorda la bellissima preghiera tramandataci
dai pellegrini di Ripabottoni "Ora vi preghiamo
di ungere la nostra anima con quell’olio
che il semplice campagnolo detto Strazzacappa
mise ad ardere per voi sull’albero. Perciò
fate che nell’anima nostra non manchi
mai l’olio della fede, l’unzione
della ferma speranza e la fiamma della santa
carità".
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